martedì 29 marzo 2016

Casa.

Dice che questo, rimenato indietro, mena la moglie. Oppure - conoscendola - si difende, vai a capire.

Dice che quell'altro, che non c'è, c'ha una solitudine che gli morde le orecchie e bisogna aiutarlo, a tener botta.

La Tabaccaia ha mani gentili che si riconoscono e - tra tutti - litighiamo per chi paga, che vogliamo essere tutti Io, a pagare.

Dice il figlio di Paterazzo che Grazie, per la memoria che porti in giro., e io Grazie, voi!.

Dice Torni adesso o esci, che c'hai dietro i remi?. Torno, che bevi quando torni, che il mare va rispettato e quindi bevi dopo, cioè adesso.

Quello che passa in barca a vela, me lo immagino che ride perchè sta meglio di noi, ma non lo so, se ha torto o ragione.

Il vino bianco di questo posto, io dico che è allucinogeno, ma mi sa che è una scusa, perchè noi siam così - bestie ignoranti e buone - di serie.

Casa.

domenica 10 gennaio 2016

RiminInvernO

Rimini in inverno è una bagascia in vestaglia, fuori servizio e col trucco un po' sfatto, ché non è più e non è ancora ora di dar via il culo ai turisti. E tutti – visto un raggio di sole – a andare al porto, uscendo in massa come le lumache dopo la pioggia, a far mucchio, a essere di Rimini. Come la nonna che perde le doppie, perchè se il nipotino corre rischiando di cadere nel porto, "Stà 'tènto, Matèo!" ha una velocità di pronuncia che può essere essenziale per la meccanica del salvataggio del pargolo. Come la banda che suona robe che ti senti già in bianco e nero, sulla terrazza del Grand Hotel, negli anni '30 a badare il culo di una finnica. Riminesi come i cinesi che pescano sugli scogli, le badanti sulle panchine di fronte alla rotonda in cui in estate allestiscono un pezzo della Festa dei Nickname Quasifamosi o la postazione di una qualche Radio Soilcazzo, come il mio sangue mezzo saraceno e quello mezzo bretone, o fiammingo, etrusco o slavo dei miei amici, tutti quanti rossi – a volerci proprio far sanguinare – come quello di chiunque, ora o nel corso dei secoli, abbia deciso o abbia dovuto andare altrove rispetto a dov'era nato, a cercare di stare meno peggio, se proprio non c'era verso di stare meglio. Riminesi come la settantenne a braccetto col marito, che lo strattona se lo sguardo di lui cade un po' troppo casualmente sul culo della sgallettata che cammina pochi passi davanti a loro. Poi, non importa, se la sgallettata in questione sta sui cinquanta passati da un pezzo e il culo incriminato è chiuso in una cipolla di panni pesanti; è una questione di principio.
Riminesi come quello che vuole fare un po' il patacca pretenziosetto – probabilmente, fa pure apposta - e, passando di fianco a uno stand che vende sardoncini grigliati, dice "Che puzza, vivalamadonna!" e lo sentono in cinque o sei, per cui s'alza un coro di "Oscìa! Senti che profumo!". Riminesi che si danno un gran contegno perchè non vogliono far vedere che sono arrivati giù con la piena del fiume ieri, di fronte a quelli che son arrivati giù con la piena l'altro ieri. O il giorno prima ancora, al massimo. Riminesi come il poliziotto che sente scoppiare un palloncino e vede un bambino che sta per piangere, allora si porta una mano al petto e s'afferra il giaccone, mimando platealmente dei battiti cardiaci accelerati e facendo mezzo salto indietro, con l'espressione spaventata. E il bambino ride, e il palloncino – a pensarci bene – a 'sto punto ha fatto anche bene, a scoppiare. Riminesi come quelli che fan la ragionata e stazionano a piedi su una pista ciclabile troppo civile, per i nostri parametri. Come quelli che "Diomadonna, ve' che mare che c'è oggi!" e poi ci mettono mezz'ora – se poi non glielo devon dire – a accorgersi che non c'è più la ruota panoramica, che l'han smontata.
Rimini, stesa come sempre su un fianco, sulla battigia - col culo a monte e le tettone verso il largo - che c'è un presepe di sabbia ogni mezzo chilometro, una roba che sembra che noi, qui – la sabbia – la troviamo per terra.

lunedì 4 gennaio 2016

Caffè.

Il Saggio - non lo so come fa - mi porta a dover indovinare con cosa ha fatto colazione.
Gabriel mi dice che è preoccupato perchè ha cambiato il cellulare e adesso non ci capisce niente.
Ibrahim sta in disparte a leggere il giornale, vestito di tutto punto, come sempre.
Il Circolo del Ricamo e del Cucito è una compagine di menopausa e capelli tinti in cui non conviene, mettere becco.
La Madonna del Vapore ha una bambina di pochi mesi in braccio e ci benedice tutti da dietro il bancone, spillando caffeina in varie forme e manifestazioni.
Il Saggio mi dà un aiutino, e pare sia partito con della frutta secca, probabilmente un paio di noci.
Gabriel mi chiede una sigaretta e io gli do quella e il consiglio di mettere il libretto di istruzioni sul termosifone di fianco al water, come unica cosa leggibile.
Ibrahim sente la mia mano sulla spalla e si alza per salutarmi, come se fossi uno importante.
Il Circolo del Ricamo e del Cucito, è un tale equilibrio meraviglioso ma potenzialmente letale - tipo la chirurgia cerebrale o manovrare nell'alta tensione - che ti conviene esattamente sapere come, per quanto tempo e fino a che punto metterci le mani, se no rischi grosso. Per cui, desisto.
La Madonna del Vapore ha sempre freddo, anche in agosto, ma oggi - che è una giornata freddissima - è meno freddo che in Agosto.
Il Saggio, dopo le noci, mezzo cassone con le rosole, rimasto dalla sera prima.
Gabriel, non è che brilli in virilità, ma il libretto delle istruzioni - quello - proprio no.
Ibrahim mi sta in piedi di fronte e io mi affretto a togliere un guanto, per darci la mano.
Il Circolo del Ricamo e del Cucito, visto da fuori, gli intrighi diplomatici del Medio Oriente gli fanno - detto con rispetto, ci mancherebbe - una bella pugnetta.
La Madonna del Vapore, si vede che ha freddo ma che non è Agosto, quindi può badare noi - vecchi animali - senza tanti turisti attorno, per cui oggi è freddissimo tiepido, tiepido più che che in Agosto, che è caldissimo ma è un caldissimo freddo, al confronto.
Per la cronaca, il Saggio ha concluso la colazione con due datteri e, se non me lo diceva, stava scomodo tutto il giorno.

martedì 27 ottobre 2015

Dice.


Dice che l'avevano visto strano, ultimamente. No strambo come al solito: strano, proprio.
Aveva buttato su 'sto barbone squinternato, coi buchi di pelo sulla faccia, perchè non è che gli cresceva la barba bene - come va adesso, con tutti i crismi della mascolinità e contemporaneamente della radanatezza - era più una taiga di peli irti che lasciavan radure di guancia e mento, di basetta e pappagorgia. I capelli, come sempre, un bagno di sangue. Piglia tutti i lecchi immaginabili, il riccio dove andrebbe il liscio, il liscio dove andrebbe il riccio e mescola con una notte sotto farmaci per far abbassare la febbre, e ne avrai solo una vaga idea.
Allora Vai dal barbiere, dice che dicevano. E lui, andava dal barbiere. Lo chiamava fuori, ci faceva un po' di ragionata e poi lo portava a piedi a prendersi un caffè, nel bar lontano. Perchè - dice - si voleva far vedere che aveva tempo di andarci e aveva pure l'amico barbiere, però tanto era. Così, a sfregio.
Dice che forse ne aveva viste troppe, e allora - sempre più spesso - si stendeva di fianco ai figli che dormivano, senza toccarli ma a qualche centimetro, da sentirne il calore. Che poi questi crescono - dice che diceva, ma non si sa - e io poi non lo so mica, se sono al sicuro come adesso. Quel "sono", non abbiamo mai capito se parlava dei bambini, o di lui.
Dice che l'avevan visto piangere, delle volte, e allora tutti Mo' dai, ma cosa fai, cosa c'è e lui Lascia stare, lascia stare, non toccare niente, meno male che mi funziona la valvola e allora dice che chiedevano Che valvola e lui Quella che spurga il troppo, che il troppo è in forma liquida, a quanto pare.
La televisione - dice che diceva - Ci posso fare un acquario e allora tutti lo si perculava un po' dicendo È vecchia questa, e poi c'hai la televisione a schermo piatto, cosa vuoi "acquario" e allora rispondeva Ci metto le sogliole.
Dice che parlava da solo più del solito, allora qualche giovane di quelli ancora insolenti perchè la vita non li ha ancora trattati abbastanza male l'ha seguito a spiaggia e ha scoperto che parlava coi legni portati dal mare; Dove sei stato, cos'hai visto? Bisogna che prima o poi mi ci porti e intanto - ogni tanto - li accarezzava.
Una volta dice che l'han visto che - dopo una di quelle carezze - s'è leccato il palmo della mano.
Quand'è sparito, abbiam trovato il suo cappello sul bagnasciuga.
A spiaggia, dice che non c'era neanche più un legno.

mercoledì 19 agosto 2015

In morte di Mephisto.

Mephisto è nero, ha il pelo lungo e la coda vaporosa. Nonostante abbia la faccia di quello che ci seppellisce tutti, ieri ci è toccato di seppellirlo - sotto un albero di fianco a una panchina bianca, in campagna, però che guarda verso casa e verso il mare - perchè è morto di Libertà.
Cacciatore di enormi falene e instancabile colonizzatore di colonne e pensili, Mephisto mi viene a prendere alla macchina quando torno dal lavoro o mi corre di fianco quando faccio due passi, dribblando cancelli e scavalcando colonne.
Grande scalatore, veglia dall'alto del frigo mentre mangiamo e in inverno ci scaldiamo sul divano quando mi si acciambella sui piedi, mentre tutti gli altri di casa dormono.
Mephisto ha rotto un pezzo di tettoia a furia di saltarci sul terrazzo e io la devo rinforzare - se no ci piove sulle macchine e magari mio zio si incazza, pensavo - ma mi sa che la lascio così.
Romagnolo, gli piace rotolarsi nella sabbia posata a terra dal vento nei giorni di burrasca grossa.
Gli dico "Fai attenzione, là fuori", quando vuole uscire, ma stavolta è andato storto qualcosa per cui noi - per non lasciare nulla di intentato - abbiamo presentato ricorso al Tribunale dell'Equilibrio Astrale e del Buon Pensiero, perchè ci risulta che Mephisto debba avere almeno altre quattro o cinque vite.
Stanotte son passato in salotto perchè volevo bere un bicchiere d'acqua e lui non era nel lettone assieme a mia moglie e a sua sorella - nel senso della sorella di Mephisto, non di quella di mia moglie - e ho visto nella penombra questa cosa nera su una poltrona, quindi ho allungato la mano e accarezzato; non penso che appoggerò mai più il mio zaino su una di quelle poltrone.
I bambini sono molto bravi, anche se mi sa che io non son proprio un gran esempio. In casa, abbiamo delle gran facce da daini sotto l'acquazzone e ogni tanto - quando gli altri non ti vedono - ci si appoggia a una parete per reggere il sospiro in arrivo e eventualmente, far due lacrime.
Mephisto, mi dà fastidio se ne sento parlare al passato e in casa c'è un'aria di sofferenza che ci puoi appoggiare la bicicletta.
Però in eredità m'ha lasciato - tra l'altro e per esempio - che con mio figlio grande erano mesi, che non ci si abbracciava così.

venerdì 22 maggio 2015

Uomo in mare! Anzi, due.

Sto messo male.
Sono settimane che tiriamo, al lavoro e a casa, e tagliare tutte le siepi attorno a casa - da solo - mi ha regalato dolori ovunque, il giorno dopo. Però qui, non son giorni in cui scherzare: han messo vento a quasi 50 km/h da NNE, per circa tre giorni consecutivi. Se stai sul mare, vuol dire Se hai qualcosa di ormeggiato e non è in porto, tira su tutto. Oppure aspetta e tirane su i pezzi, dopo. Allora chiedo aiuto a mio figlio grande, che di mestiere - al momento - fa il ragazzino. Ho bisogno di una mano  a tirare su il moscone, e lui, quando glielo dico, facon la testa.
Lo guardo, mentre andiamo a spiaggia. Porta il carrello al posto mio, con una mano, cercando di imitarmi. Ha più chili di quelli che dovrebbe, addosso: è stato invaso dall'apparire di un fratello piccolo, una decina di anni fa, e da tutte le richieste e aspettative della scuola. Così, non volendo farlo a parole, ha allontanato gli altri ampliando un po' i confini del suo stesso corpo. Cammina molleggiando sulla parte davanti dei piedi, con l'incedere dei bambini che trotterellano, ogni tanto.
Gliel'ho detto, che ero un po' mal ridotto, ma forse aveva avuto il dubbio che lo facessi per coinvolgerlo.

Si offre di entrare lui, in acqua, a prendere il moscone, ma gli dico che ci penso io. Mi vede, da lontano, che mi dà fastidio l'acqua fredda, anche se - di solito - non mi dà mai fastidio. Gli avevo detto che il moscone l'avrei portato a riva, ma gli faccio segno che mi sarei lasciato scarrocciare fino alla spiaggia, e che mi segua sulla battigia, col carrello.
Vetroresina e legno toccano la sabbia, e Alziamolo e Mettiamo sotto il carrello e Fai forza lì e E' fuori, è fatta e Spingiamo, dài.

Ogni tanto zoppico, ogni tanto ho una fitta, e lui mi aiuta.
Poi, succede che abbiamo finito, che non ho più bisogno del suo aiuto. Ci incamminiamo per tornare a casa e lui porta il carrello con una mano sola, ma a modo suo.

E ha paura.

Avevo bisogno, ero malridotto: era vero, allora. Un padre forte, per qualche decina di minuti, aveva lasciato il posto all'anteprima di un uomo più vecchio, a cui fanno male i muscoli e a cui si piegano le ginocchia.
Cerca di parlare di altro, ma si vede, che combatte tra l'orgoglio di essere stato determinante e la paura di diventare pian piano più forte di me.

Fai bene a imparare queste cose - interrompo i suoi pensieri - così, se ti rimarrà la passione, se andrai in moscone da solo...
Tra quattro o cinque anni... - risponde.
Anche prima. Quando vorrai tu, quando ti sentirai pronto. - gli dico.

E mi cammina di fianco che sembra già un po' più magro, e va dritto, posando bene i piedi per terra, passo dopo passo.

lunedì 4 maggio 2015

A. che scappa.

Inizio che è un sabato. Avrei dovuto iniziare un lunedì – con un gran bell’affiancamento - ma un collega s’è ammalato, e così vengo gettato nella mischia. I ragazzi della Comunità mi approcciano ognuno a modo suo, con la grammatica che ogni storia personale permette loro di utilizzare: c’è chi si interessa di me e di che lavoro facevo prima, c’è chi mi fa sibilare pugni velocissimi e potenti o calci volanti a pochi centimetri dal viso per vedere se indietreggio o se i miei occhi si riempiono di paura, c’è chi mi offre una sigaretta che – scoprirò poi – in quel micromondo è un piccolo tesoro, c’è chi mi racconta storie più grandi di lui, c’è chi è contento che io parli un po’ della sua lingua e mi insegna nuove parolacce o modi di dire e c’è anche chi non parla proprio.
A., lui, non parla proprio.

“Lui?” – chiedo agli altri ragazzi.
“Ah, lui, stai attento: lui scappa – rispondono – A. vuole andare via, è già scappato molte volte, ma lo hanno sempre ritrovato e riportato qui. Parla poco e parla solo inglese ma, se lo sai e credi che noi ti raccontiamo delle palle, chiedilo direttamente a lui.”
“Come sarebbe a dire, che scappa?!”
“Sì – rispondono – lui vuole arrivare a nord. Più a nord. Più a nord ancora. Dice che lo aspettano, che c’è tipo un amico del cugino del padre, che deve mandare i soldi a casa perché hanno fatto i debiti per fargli passare la prima frontiera e sua mamma sta male, deve mandare i soldi a casa.”
“…quando è arrivato, sembrava un gatto finito sotto a una macchina. – interrompe una ragazza - Era tutto graffiato, pesto…”
“Ci credo! – interviene un quindicenne con lo sguardo da uomo – Prova te, a saltare da un camion in corsa!”
“Madonna, le palle che raccontano questi.” – penso, e mi metto a cucinare. Io sono bravo, a cucinare, e entrerò nel loro cuore passando anche per lo stomaco.
L’ho già fatto altre volte con altre persone, in vita mia.

A un certo punto, tutto è tranquillo. Nessuno litiga, nessuno si prende in giro, nessuno urla. Troppo tranquillo. Scatta l’allarme: A. non si trova più.
“Siete sicuri, che sia scappato?” – chiedo a un collega.
“Sì, è scappato di nuovo, di sicuro. – rispondono i compagni di stanza di A. – Non c’è più il suo caricabatterie del cellulare, il Corano e il suo maglione azzurro.”
Continuo a cucinare, perché io in quel momento solo quello, so fare, mentre i colleghi vanno a cercare A. Metto a tavola i ragazzi e apparecchio anche per lui, anche se non c’è e forse non ci sarà più.
Tornano dopo due o tre ore, e A. è con loro. I ragazzi gli fanno festa e lui sorride senza furbizia, dispiaciuto di essere andato via almeno quanto di non essere riuscito a scappare.
“A.! – gli dico in inglese, mentre tutti se lo abbracciano – Che idea è questa, scappare quando ci sono le tagliatelle a cena! Siediti, ecco, ti ho messo via un piatto. Mangia, non ti preoccupare, va tutto bene.”
Lo conosco da poche ore ma mi accorgo che sull’ultima frase l’ho abbracciato anch’io, e lui ha ricambiato guardandomi con gli occhi buoni e col suo sorridere che scoprirò poi essere tipico, inarcando la bocca senza scoprire i denti.
“Dove l’hai trovato? – chiedo al collega che l’ha riportato indietro – Come hai fatto a caricarlo in macchina?”
“Lui vuole partire. Deve lavorare, deve mandare dei soldi a casa, alla madre. – risponde – Ho fatto tutte le stazioni del circondario finché non l’ho trovato.”
“Sì, ma l’hai caricato a forza?” – chiedo, più per sapere come regolarmi - succedesse a me – che per amore di cronaca.
“No. Gli ho messo una mano su una spalla e poi gli ho mostrato gli orari dei treni, nel cartellone. E non ce n’erano, e iniziava a fare freddo. E’ salito in macchina da solo.”
Poi sono passati i giorni e ho continuato a cucinare, e ogni tanto parlavo con A. Dice che la madre sta male, che han bisogno di soldi. Dice anche che per la prima frontiera che ha passato, han dovuto fare i debiti, pagare molto. Ma lì non c’è lavoro e ci sono i fanatici religiosi, quelli che non scherzano niente. La seconda frontiera, lo han fatto passare facendo finta di non vederlo, tanto in quella frontiera lo sapevano che lui non si fermava lì ma che avrebbe proseguito verso l’Europa, passando per un paese che a quelli del paese di quella frontiera, non gli sta mica molto simpatico. Arrivato lì, erano iniziati i problemi, e questo ragazzino era stato in carcere, senza aver fatto niente, per quasi un mese. Poi era riuscito a uscire perché a un certo punto, anche quelli lì, si voltavano dall’altra parte.
Così, era montato nel retro di un camion, dopo essersi nascosto nei pressi di un distributore. Solo che, a un certo punto, il camionista se ne era accorto – che i legacci del retro non erano mica come li aveva messi lui - quando erano già in Italia, allora A. era uscito dal fianco e era salito sul tetto del camion. Il camionista è ripartito e A. si è reso conto che non poteva durare molto, così, allora aveva saltato.
Così, quando era arrivato, sembrava un gatto finito sotto a una macchina.
Lui doveva scappare, arrivare molto più a nord, che lì lo aspettavano. Rispetto alle frontiere che aveva già saltato e alle situazioni a cui aveva dovuto far fronte, l’Europa doveva sembrargli di burro, da attraversare. Però noi lo abbiamo accudito, gli abbiamo dato un tetto e cucinavamo per lui: doveva andare, ma si vedeva, che gli dispiaceva perché ci eravamo curati di lui e gli sembrava di mancarci di rispetto, a non onorare la nostra ospitalità salutandoci come si deve.
Una volta mi sono ricordato di quanto sono mediocre e gli ho detto “A., mi fai un favore?”, allora ha inarcato la bocca e fatto “sì” con la testa.
“Io sono nuovo. Non sono mica tanto bravo, con tutti i casini dei fax e chiama quello e avvisa quell’altro. La prossima volta che scappi, per favore, non è che puoi farlo quando non sono in turno io?”
Allora lui ha sorriso e annuito, abbiam finito la nostra sigaretta e non se ne è parlato più.

Poco tempo dopo, arrivo in Comunità e i ragazzi mi dicono che A. è scappato, qualche giorno prima. Sono andato in camera sua e niente, niente caricabatterie del cellulare e niente Corano. Neanche il suo maglione azzurro.
“Aveva dei soldi?” – chiedo d’istinto ai ragazzi, perché A. non aveva un soldo, di solito.
“Sì, non ti preoccupare.” – qualcuno mi risponde, e capisco dal tono che posso anche smettere di fare domande.
La sera, sento qualche rumore da social network che mi suona familiare, e un ragazzo che sta al pc a un certo punto si disconnette e si alza, ma nessun altro si avventa al pc. Dice una cosa in una lingua che non conosco a un paio di altri ragazzi. Torno ad apparecchiare e vedo che questi sussurrano qualcosa nell’orecchio agli altri. Nessuno litiga, nessuno si prende in giro, nessuno urla.
Faccio passare un po’ di tempo, fino a trovarmi a fumare con uno dei ragazzi, di fuori.

“Noi, immagino – buttò lì – non c’è modo, vero, di sapere se A. sta bene, se ha mangiato, se è al caldo…”
“Già. – risponde – Noi non lo sappiamo, che A. sta bene, che ha mangiato, che è al caldo. E non sappiamo neanche che tra qualche giorno arriverà dove vuole arrivare.”

martedì 24 marzo 2015

Le mirabolanti avventure del Signor Girandola da Vabehdài.

Vado a prendere il piccolo a scuola, ché il piccolo va preso a scuola e da scuola, dato che da quando ci fuoriuscivo io, da quella stessa scuola, e tornavo in bicicletta o a piedi e inciampavo e mi sbucciavo le ginocchia e rubavo una fragola dalle cassette fuori dal fruttivendolo, da quella volta il mondo dev'essere peggiorato un sacco e quindi i piccoli van ritirati all'uscita, così è anche meno probabile che si sbuccino le ginocchia tornando di corsa o in bicicletta.
È anche impossibile che rubino una fragola, dato che ci siamo noi che li ritiriamo e poi molti, spesso, si chiudono nelle automobili dove - a meno di non essere molto ma molto fortunati - anche a guardare bene bene, fragole da rubare, non ce ne sono.
Meno male che non lo mando a fare i sacramenti, al piccolo, se no - senza rubare una fragola come me - cosa vuoi che abbia da confessare, uno che ha nove anni. Comunque, io che ho fatto entrambe le cose, cioè rubato fragole e Prima Comunione, ci terrei a farvi sapere che una fragola era quotata circa tre Ave Maria, per cui - tenendo conto dell'inflazione, dell'euro e tutto - secondo me se adesso vi mettono il furto di una fragola (anche se grossa, succosa e dolce come la mia di quella volta) a più di cinque Ave Maria, vi stan fregando e io mi piglierei su anche mezzo kiwi, a quel punto.
I kiwi, però, quando avevo nove anni io, dal fruttivendolo non c'erano, quindi non ci metterei la mia anima sul fuoco sulla questione di eccedere le cinque Ave Maria: magari il kiwi è molto importante per le gerarchie ecclesiastiche e ve lo mettono a svariati Gloria al Padre, cosa che - essendo molto brevi, non sarebbe un gran problema.
Però, se poi salta fuori roba lunga e difficoltosa tipo i Padre Nostro o addirittura picchi à la Schopenhauer quali qualche Atto di Dolore, non venite a farmi le storie, insomma.
Per sicurezza, magari, invece che il mezzo kiwi pigliatevi una mela, che sono molto comuni e dovrebbero... No, va là, adesso che ci penso lasciate stare la mela, che l'ultima volta è successo un casino.

Ero rimasto che Vado a prendere il piccolo a scuola, però.
Mi metto il mio cappottino nero da mezza stagione anzichè il mio cappottone nero da intera stagione, mi ricordo di prendere su la lampadina che devo cambiare in camera del grande ("Ricordati di portare il pezzo vecchio in ferramenta, per non fare cappelle a prendere in nuovo" sarebbe stato un buon undicesimo comandamento, secondo me, oppure si può sostituire a quello degli Atti Impuri, che tanto vien gestito parecchio sportivamente) e inforco il monopattino del piccolo, perchè al piccolo piace molto tornare in monopattino e ci siam addirittura studiati come andarci in due.
Il fruttivendolo, purtroppo, in questi trent'anni abbondanti che stan tra me e il piccolo, ha chiuso. Anche "meno male che ha chiuso", però, ché mica il piccolo e io ci possiam presentare in chiesa per un paio di fragole senza che il prete pensi che lo pigliamo un po' per il culo, secondo me.
Insomma, a metà strada un cagnolino bianco dotato di un pelo così folto e lungo da dimostrare come la natura non abbia alcun senso del ridicolo, questa bestiolina gentile che di solito mi guarda e scodinzola da dietro una cancellata, mi si para davanti. Per l'occasione e per celebrare questa inaspettata e fugace libertà, il cagnolino è ricoperto da dreadlock bianchi "nature", grigi "la strada è la mia casa, baby" e beige "sabbia bagnata, mica come i cani dei turisti" e decide che il rumore che proviene dal monopattino che sto conducendo lo infastidisce. Così, mi lascia passare e poi inizia ad abbaiarmi e corrermi dietro, ed è così arrabbiato e deciso che pare arrivarmi quasi all'altezza del ginocchio anziché al consueto "mezzo stinco".
Io reagisco senza variare l'andatura ma dicendo più volte "Mi arrendo, hai vinto tu" senza guardarlo negli occhi, dato che le fiere fiere vanno rispettate ed è meglio sottomettersi.
In lontananza, odo il rumore di un flessibile o, come lo chiamano quelli che han studiato, la mamma del flessibile e come è scritto sui biglietti da visita del flessibile, di una "Molatrice Portatile".
Il cane continua a starmi dietro e abbaiare, io continuo a arrendermi, il rumore del flessibile si avvicina.
Qualche altro metro e il cane continua a starmi dietro e abbaire, io continuo a arrendermi, poi sento un gran vocìo in qualche lingua straniera e il flessibile che inizia a fermarsi, con quel tipico rumore da turbina che rallenta, incurante dei ritmi della frenetica vita moderna.
Penso che forse si è fatto male qualcuno nel cantiere, quindi mi fermo e guardo il cane, che ci rimane un po' così, si siede e mi guarda in silenzio.
Poi guardo il cantiere da cui non proviene più alcuna voce.
Anche il cane guarda il cantiere, penso.
Quando vedo un cantiere di gente che guarda me e il cane dalle impalcature, realizzo che gli operai si sono fermati e richiamati tra loro - compreso quello col flessibile - per guardare uno con un cappottino nero e una lampadina in mano che va su un monopattino da decenne, inseguito da un cane che pare un cappuccino esploso e subito congelato al quale, peraltro, il monopattinista lampadinato si arrende ripetutamente.
Guardo il cane, il cane guarda me, vado verso la scuola, il cane si volta e trotterella via perchè secondo me si rende conto, parte qualche sghignazzo dal cantiere, parto anch'io e poi riparte pure il flessibile.

Son davanti alla scuola, ho parcheggiato il monopattino, smaltito la lampadina dal ferramenta, dell' ice - canappuccino nessuna traccia, che soppeso come devo sembrare ben strano delle volte e di quanto poco me ne fotte quando un'Ape Piaggio azzurra piglia la curva alla smodata velocità di circa trenta chilometri orari. Fissata per fuori sulla carrozzeria, c'è una girandola a vento di quelle tutte colorate che sta girando forsennatamente, fissato per dentro nella carrozzeria, c'è un signore sui settant'anni coperto come una sentinella di Stalingrado e fissati sommariamente per dietro, nel cassone, lo sviluppo di quelli che una volta probabilmente erano un paio di frigo, R2-D2, mezzo forno e qualche pezzo della centrale di Fukushima.

Sul sembrare ben strani, a quel punto, ho pensato "Va beh, dài.", poi m'è venuto in mente che magari l'Ape Piaggio azzurra e tutto sono una copertura e che il signor Stalingrado Girandola è un po' in fuga anche lui, perchè è un Fratello Ladro di Fragole.

sabato 14 febbraio 2015

Allora, San Valentino, secondo me.

San Valentino, quella festa stupida
che la gente che - dice - si amano
si scambia regali stupidi.

Io, te, il mare, ti regalerei.
"Puzza un po'" o "E' umido",
diresti, secondo me.

Allora io, te, il rock grunge, ti regalerei.
"Troppo rumore" o "E' roba triste",
diresti, secondo me.

Allora io, te,  tutta la birra del mondo, ti regalerei, a costo di andare lungo e smanare tutta la metrica.
"Bastan due dita" o "Son già brilla di mio",
diresti, secondo me.

Allora, io, dato che nasco nobile d'animo,
"Che due coglioni" o minimo "Ma pensa te, questa",
penserei, secondo me.

Poi - succede - ti guardo e penso che ti glasserei
del bene che mi tracima verso di te,
la maggior parte del tempo.

E spero che tu mi guardi e glasseresti uguale,
ma anche la minor parte del tempo,
andrebbe bene. Sporadicamente.

Poi penso
"Nonostante noi,
abbiam fatto bene."

martedì 23 dicembre 2014

Non lo so se me lo merito, comunque grazie.

Allora viene fuori che a Natale lavoro, son lì dal primo pomeriggio, quindi salto il pranzo coi parenti. Mi dispiace, perchè noi - in famiglia - è anche un po' di anni che siamo lo stesso numero, anche qualcuno in più, e in famiglia sono anni belli quelli in cui il numero cresce invece che diminuire. La matematica familiare natalizia è piuttosto importante, in quanto correlata al numero dei sospiri che fai durante tutto l'anno.
Però, non potendo esserci e essendo relativamente sano, cerco di superare il dispiacere focalizzandomi sulle cose negative di questi pranzi o cene, cose che spesso mi vedono almeno almeno co - protagonista, dato che è a quelli più vicini a noi che si rischia, purtroppo, di fare più male.
Insomma, penso Dài, quest'anno non mi dovrò sorbire 'Sei andato a messa? Come, no?! Ma che valori gli dai, a quei bambini?!', e poi non rischierò di offendere nessuno criticando chi ha votato o non ha votato o lanciandomi nelle mie analisi socio - economiche intergenerazionali, che risultano un po' troppo tranchant. E poi nessuno alzerà la voce e così non abbasserò millimetricamente le sopracciglia indossando l'espressione di mio padre quando disapprova qualcosa. E non farò nessuna delle mie uscitone contro la CEI o Bertone o tutto il baraccone, non parlerò troppo. E poi son lento a mangiare, mi devono sempre aspettare, e quindi delle volte - quando iniziano a parlare di dolci e io sto appena per approcciare il secondo - mi metto lì a culo dritto come quelle dive che, in camerino, trovano un bottiglia di acqua himalayana in meno o a una temperatura diversa da quanto pattuito.
Allora prendo il telefono e avviso, Guardate, grazie ma devo andare a lavorare, primissimo pomeriggio devo essere già lì, io vengo a fare un saluto e gli auguri alla solita ora, ma poi parto subito. Magari due cappelletti faccio in tempo a mangiarli, però poi - eh, il lavoro è lavoro - devo scappare.
La voce dall'altra parte del telefono, subito, dice Allora avviso tutti. Quest'anno, tutti a tavola a mezzogiorno in punto.

Seguono domande e rassicurazioni, che non sia troppo disagio fare mangiare tutti così presto rispetto al solito, qualche convenevole e i saluti.
Poi riattacco, e piango un po', di gratitudine.

venerdì 21 novembre 2014

Gaspare, Melchiorre e un mio vicino di casa

Noi, per me, abbiamo tipo una valvola. Quando ci si ammucchia dentro un tot di roba composta in variabile misura da sentimenti, esperienze e predisposizioni, la valvola fa il suo lavoro e sfoga. E ognuno ha una capienza diversa e un modo diverso di fare funzionare la sua valvola. Chi si butta sulla poesia, chi sulle robe da ridere, chi va a correre, chi pedala, chi canta, chi suona, al limite ti puoi anche mettere a imbiancare salotti.
C'è anche chi si spaventa e la lascia ossidare, e alla lunga son guai.
Dove sto io, la valvola di noialtri parte spesso quando hai i piedi nella sabbia e sei andato a fare una prova di morte in senso positivo. Tutti quelli che si mettono lì, la fanno, anche solo per una frazione di secondo. Andiamo incontro alla nostra personale sintesi di senso, come a voltarsi quando stai per morire, a pensare se sei stato una buona persona, se valeva la pena. Hai questa roba enorme davanti, le onde ti costringono a rallentare la percezione e senti che ti parte la valvola.
Certi si spaventano e, per stare lì, devono sempre avere qualcosa da fare.
Altri invece vanno proprio lì per cercare la fortuna di essere la coscia di gallina del loro brodo emozionale.
Insomma, tornavo da una di queste prove di morte in senso positivo e mi ha fermato un conoscente.

"Ah, sei te! Ti volevo dire una roba, te l'ha già detta tuo zio?"
"...no, non lo so, almeno."
"Perchè l'ho detta anche a lui e poi io e te ci salutiamo sempre e te sei istruito e te la volevo dire. Ho visto la cometa."
"Come?"
"La cometa. Non quella di cui parlano tutti, adesso, quella di Natale, proprio. Ho pensato 'Guarda che bello, si fa vedere anche da un patacca come me, da uno che non ha studiato'. E era bellissima, in mezzo al cielo, e mi sono sentito bene e te lo volevo dire."

Ho detto qualcosa che mischiava ringraziamenti, che le stelle per fortuna son di tutti, che le comete fanno un'orbita ellittica ma che non me ne intendo e che dovrei chiedere a mia moglie e che ero contento per lui, poi mi son congedato. Neanche tanto stranito, ché qui dei discorsi così si sentono. Mi son detto "Boh, chissà dov'è quella cometa, chissà cos'avrà visto. Forse un aereo, forse ha le macchie sulla retina, forse ha bevuto un bicchiere di vino in più a cena."

Poi, la notte, stavo sul terrazzo a fumare e a soppesare i pro e i contro di essere me, tutto distratto, e - per un attimo, con la coda dell'occhio - non lo so.
Sembrava proprio una cometa, però.

venerdì 10 ottobre 2014

La poesia è pericolosa.

Autobus,
esterno giorno,
ma interno autobus.

A terra,
in fondo, una rosa
bianca, intònsa, al centro.

Nessuno
la guarda, o la pesta:
non guardata, pur è vista.

Tale è
la portata poetica,
narrativa, metaforica

che a momenti
mi cago addosso.

martedì 30 settembre 2014

Sessantadue.

La mia boa dei 500 metri si chiama Sessantadue, perchè sopra c'è scritto "62", e abita un po' dopo gli scogli. Tu arrivi alla Sessantadue - magari, saluti - e lei sta zitta. Non è che è scortese: è il suo modo di fare. Se hai piacere, ti ormeggi alla Sessantadue, però circospetto, chè non si potrebbe. Ti guardi intorno per decidere e tutto è a posto, nel tuo regno: lato culo c'è la costa, di fronte si va al largo, a sinistra tutta costa con un grattacielo laggiù laggiù e a destra, lontano, tutta costa e un ruotone panoramico.
Quindi, decidi: si torna indietro, che si sta ingrossando o il vento rinforza troppo, o si parte e si arriva dove le braccia e i coglioni permettono.
Di coglioni, se ne deve usare il giusto: abbastanza da uscire e affrontare una cosa che rispetto a te è enorme, potentissima e immortale ma non troppi coglioni da diventare tutto un enorme coglione e sottovalutare una cosa che rispetto a te è enorme, potentissima e immortale.
Sessantadue ti saluta mentre parti e ti accoglie mentre torni.

Sessantadue va in letargo, in inverno. La tirano su e la mettono a dormire nel campo delle bocce.

Ieri l'ho vista lì ferma, stesa su un fianco.
"Non è la stessa cosa, là fuori, senza di te, sai?", volevo dirle.

Poi - com'è, come non è - son stato zitto, non l'ho svegliata.
Che è tutta l'estate, che balla.

domenica 31 agosto 2014

'sta stordita.

Come sarebbe, che non m'ami più?! M'amavi?!
A saperlo, un cincinino - forse - t'avrei riamata.
E che cazzo, dille le robe, però!

venerdì 11 luglio 2014

Noi ci amiamo da far schifo.

Noi ci amiamo da far schifo. Ci finiamo le frasi a vicenda, e l'altro non si incazza perchè non è prevaricazione ma profonda comprensione. Anzi, ne è fiero!, l'allocco. Ci parliamo forte perchè sono anni che ci amiamo da far schifo, eppure ci sembra strano che una persona così bella ci sia così vicina, e così urliamo anche a mezzo metro, e siamo contenti; la gente - si sa - la gente "Litigano", dice, poi si rende conto anche la gente e dice "Non litigano. Solo, si aman da far schifo".
Siamo anche andati da dottori, "Dev'essere simbiotico, dev'esser dipendenza! Ci salvi lei, che non stiam bene, a quanto pare" ma i dottori - misura e scruta, analizza e ascolta, si sono arresi a dire "Ci rincresce ma state bene, tutti e due parecchio in piano: solo è che vi amate, vi amate da far schifo".
Non c'è mezzo di avere una crisi matrimoniale, di variare un po' il finale, di far sempre casualmente tardi in palestra, di stancarsi della solita minestra: è una cosa che non ci sono periodi di serenità intervallati, viaggiam sempre felici. Felici da far schifo.
Beati voi, con gli alti e bassi, le dimenticanze e i ripassi: a noi tocca invece star qua, felici, amati e corrisposti.
Perchè ci amiamo, ci amiamo da far schifo.

domenica 29 giugno 2014

Fratelli.

Babbo,
quello rosso non lo mangiare.
E' l'orsetto gommoso perfetto:
prima, voglio farlo vedere a Lui.

Babbo,
delle volte lo menerei. Spesso.
Dei pugni in testa, proprio.
"Ah, ma c'hai il gesso! Che stiiile!"

"Ti imbocco?"

mercoledì 4 giugno 2014

A perdita d'occhio.

Mi sono perso. E' proprio campagna, non è neanche una zona industriale. Case rade e basse, qualcuna con l'intonaco nuovo ma gli infissi in alluminio a tradire la loro data nascita, qualcuna riadattata a villetta ma senza cancellata. I cani mi corrono di fianco alla macchina finchè recinti o lunghissime catene collegate a fili sospesi glielo consentono.
Sembra impossibile che a qualche via da qui venga al mare mezza Europa, si parlino tutte quelle lingue, ci siano indigeni colmi di spirito guascone e festaiolo. Che si trombi, al limite., penso.
E' ora di cena, non c'è nessuno in giro.
Poi lo vedo, che manovra con una zappa o un rastrello - vedo solo il manico di legno - nel campo di fianco a una casa. Ha i capelli bianchi, la faccia ubriaca di sole e ottant'anni o giù di lì.
- Mi scusi! - esordisco.
Fa segno che non sente. Mi squadra un attimo e poi si avvicina.
- Mi scusi - ripeto - questa è via Apollonia?
- No. Te chi cerchi?
- Un mosconaro, abita in via Apollonia.
- ...un?
- Uno bravo con le barche, uno che ripara gli scafi, cose così...
- No. - dice, appoggiando il gomito al manico di legno. Poi, con l'altro braccio, descrive un semicerchio fino a portare la mano aperta più in alto della sua testa, palmo verso l'alto, a indicare tutta la via - Qui, tutti musicisti.

sabato 10 maggio 2014

Un giorno.

Hai visto Mozzicone? Mozzicone, gli puoi offrire tutte le sigarette che hai, però lui continuerà sempre a raccogliere le cicche dalle aiuole. Ha anche pisciato dietro il siepone del parchetto, oggi, ma cosa gli vuoi dire? Delle volte, quando legge il giornale dove ha preso qualcosa gratis, al bar, sta così attaccato che sembra sia svenuto.
Non è in piano per niente, Mozzicone.
Comunque non gli ho detto niente, che non se ne è accorto quasi nessuno. Anzi! Il Piccolo dice che il suo amico col nome russo gli ha insegnato un nuovo modo di andare in altalena, e così la aggroviglia tutta, ci si stende e gira finchè non va via tutto storto e invornito.
Anche Sempreverde barcolla. Sempreverde dura poco, non c'è verso che smetta di bere. Ti ricordi quando era così ubriaco che si è messo in mezzo alla strada e ha fermato quella colonna di pullman di quelli di Rinnovamento dello Spirito, e non c'era modo di farlo spostare? Pareva la versione alcolizzata del cinese coi carrarmati, in piazza Tienanmen. Ha anche spostato un tergicristallo, per fare meglio "ciao ciao" con la mano all'autista, ti ricordi?
Il Grande inizia a guardare le ragazzine in modo diverso. Patirà parecchio, e nessuno ci può fare niente, ma questa cosa gli darà anche parecchie soddisfazioni. Ci siamo passati tutti, ce la farà anche lui, che è già meglio della maggior parte di noi.
Il Vespista si è fermato e mi ha parlato di Maui, che lui ci è andato e un po' ci è rimasto, anche se è dovuto tornare.
Dice il Barbiere che è tornato il caldo, quindi mi ha avvisato che considera riaperta la stagione delle nostre battaglie con gli spruzzini, anche se è appena uscito dall'influenza. Quei ragazzi, insomma, mi sembra che se la cavino, tra tutti. In generale, c'è gente che sta morendo ma rassicura tutti che non è poi un gran problema, poi ho sentito uno che sta perdendo il lavoro che consolava quelli preoccupati per lui, che poi si vede che ha un po' paura, però fa finta di no.
Adesso, le nuvole han preso del rosa, devo andare. Andiamo avanti così, mettiamo un piede davanti all'altro con la tristezza in fondo a ogni risata, però i giorni in cui il peso della mediocrità si fa sentire un po' troppo, c'è sempre qualcuno che ti chiama per nome e, delle volte, ti offre un caffè.
Te, mi dispiace che sei già morto, però volevo dirti come butta qui, e che è passato un altro giorno.

sabato 12 aprile 2014

Vado a Milano.

Vado a Milano. Io, tutte le volte che vado a Milano - che, finora, non son mica tante - mi ricordo che Milano era un viaggione, fino a pochi decenni fa, che al massimo la andavi a vedere in viaggio di nozze. Ma se proprio eri uno a cui piacevano le destinazioni esotiche, se no - normalmente - arrivavi tipo fino a Faenza, Ravenna, Bologna - al massimo - se volevi fare lo sborone.
Milano, noi di mare abbiamo iniziato a andarci verso la fine degli anni '50, primi '60, perchè da noi stava partendo il turismo grosso e a Milano c'era la Fiera Campionaria delle Attrezzature Alberghiere.
Poi sui giornaloni di Milano uscivano questi articoli un po' scherzosi, che raccontavano della città invasa da questa umanità un po' particolare, un po' agreste.
Me ne ricordo uno, che ha portato a casa mio zio una volta, un articolo che raccontava con quel tono di scherno bonario dei forestieri che avevano raggiunto la Fiera Campionaria delle Attrezzature Alberghiere.
C'era anche una foto in bianco e nero, che diventava quasi seppiata, su quella carta: ritraeva un signore sorridente e tondotto, seduto su un muretto - con le gambe stese - le scarpe appoggiate lì di fianco, vicino a un paio di bicchieri di vino. In mano, tipo una coscia di pollo.
Una donna riccioluta, seduta a fianco a lui, gli stava porgendo dei tegami e rideva.
Ecco, quelli lì nella foto, erano i miei nonni.

giovedì 3 aprile 2014

Stasera faremo l'apericena nell'Ade!

Il carro di Apollo aveva quasi già compiuto metà del suo giro quotidiano, quando Caronda di Alicarnasso arrivò di corsa e chiese l'attenzione del generale Zeuleco. Questi stava sognando la natìa Attica e - contestualmente - cercava di liberarsi della polvere che, unita al sole che frustava quel torrido altopiano, spaccava le dita dei piedi.
Ne uccidevan di più le infezioni delle spade, all'epoca.
Caronda si fermò e posò i palmi sulle ginocchia, cercando di riprendere fiato.
"Che c'è, mia valente vedetta?" - chiese Zeuleco.
Caronda di Alicarnasso sentì il sapore salato della goccia di sudore che si era fatta strada tra tempia ed elmo e si limitò a indicare verso l'orizzonte. Il generale Zeuleco terminò di allacciarsi i sandali, si alzò aggiustando il mantello e scrutò nella direzione indicata.
"Dei del Cielo!" - pensò.
Come onde che si increspano al largo, lampi di luce balenavano sempre più fitti. Sole che si rifletteva su elmi e spade, senza dubbio. Nubi di polvere ancora quasi indistinguibili dal panorama. Alzati da carri da guerra e addetti al trasporto delle masserizie, diceva al generale la sua stessa esperienza.

"Riunite tutti, subito." - ordinò Zeuleco, calzando l'elmo da generale e raccogliendo lo scudo.

"FIGLI MIEI! - urlò il generale alle sue truppe riunite - SIAMO CHIAMATI, ANCORA UNA VOLTA...", quindi si interruppe. "Scusate la richiesta, piuttosto irrituale - proseguì - ma qualcuno ha idea di chi siano questi qui che stanno arrivando di gran carriera, armati fino ai denti?"
"...Persiani?" - disse una voce persa tra le truppe, dopo qualche attimo.
"Naaa. Vedi addominali scolpiti, tra le nostre truppe? Hai recentemente calciato qualcuno in fondo a un pozzo?" - rispose un'altra voce.
"...Ittiti?" - si teorizzò.
"Mh, penso di no. Gli Ittiti non attaccano mai all'ora dell'aperitivo pre-pranzo. E' così che hanno perso l'uso delle altre vocali." - disse, tra le fila, una voce.
"...Assiri?" - ipotizzò qualcuno.
"Naaa. Gli Assiri non si muovono se non hanno con sè i Babilonesi. E i Babilonesi ci mettono un sacco, a scendere dai giardini pensili. Attaccano verso sera fisso, non c'è mezzo di iniziare una battaglia a un'ora decente, con gli Assiro - Babilonesi..." rispose qualcun altro.

Il generale Zeuleco ristette qualche attimo, quindi parve come illuminato da una nuova e terribile consapevolezza.
"Ragazzi - disse - adesso ditemi la verità, prometto che non mi incazzo. Non è che qualcuno ha scritto qualcosa su internet contro Beppe Grillo?!"